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Intervista a Pia Quinzio

Alle volte capita di non dover aggiungere altro a ciò che è stato scritto.

Con questa intervista che ricorda un grande pensatore del '900, Sergio Quinzio, non c'è da aggiungere altro.

Sua figlia, Pia, è riuscita a rendere vivido il ricordo del padre, così come ha fatto nel libro, edito da Armando Editore, "Mio padre ed io. Ricordi di vita con Sergio Quinzio".

Buona lettura!

  • Prima di tutto grazie per averci dedicato il suo tempo dott.ssa Quinzio. La domanda è di rito. Da dove nasce l’idea di questo libro?

L’idea di scrivere qualcosa (non sapevo, ovviamente, che sarebbe diventato un  libro) sul rapporto con mio padre nasce anzitutto da una necessità interiore di fare chiarezza.  Al tempo stesso, con il trascorrere degli anni, avvertivo un bisogno non più rinviabile di affermare una parola di verità sull’uomo e sul pensatore - non sul personaggio – al di là di ogni “appartenenza” e di ogni possibile strumentalizzazione.

  • I giovani non conoscono la figura di Sergio Quinzio. Vuole raccontarci qualcosa su di lui?

Sergio Quinzio era un uomo nato negli anni ‘20  del Novecento ed era cresciuto durante il Fascismo, in una famiglia di solide tradizioni, con un padre  - ex Maresciallo dei carabinieri - molto legato agli ideali di Patria e di Onore. Quando ero molto giovane, il modo disincantato di guardare la realtà che aveva mio padre mi appariva cinico, il suo atteggiamento eccessivamente distaccato…  Aveva visto troppe ideologie, troppi miti disgregarsi come neve al sole, per entusiasmarsi di fronte al “moderno”, o a ciò che a me appariva tale. Al tempo stesso, sapeva aprirsi al nuovo e al diverso stringendo amicizie profonde e durature con persone assai diverse da lui, quasi che solo attraverso il dialogo e il confronto, a volte acceso, con chi era portatore di idee e valori diversi, potesse trarre la forza per proseguire la propria ricerca, misurandosi coi propri dubbi e contraddizioni.

  • Il libro è stato inserito nella collana TESTIMONIANZE  perché parla del rapporto vero tra un padre e una figlia. Quanto il carisma di suo padre ha influito nel vostro rapporto? E in quale modo?

La parola “carisma” forse non è la più adatta, negli anni della mia infanzia e della mia gioventù non era molto usata. Di certo mi rendevo conto, in particolare quando ci siamo trasferiti nel piccolo paese dove i genitori dei miei compagni erano tutti contadini, di avere un papà un po’ strano…  Anche allora,  però, la diversità che più mi pesava era il non avere una mamma. In seguito mi sono spesso sentita inadeguata, incapace di corrispondere ai desideri e alle aspettative di mio padre, anche perché erano tempi – e famiglie – in cui dai figli ci si aspettava tanto, e si era poco propensi a concedere sconti.

  • Leggendo il libro è tangibile il forte legame che c’era tra voi due. Che cosa ha rappresentato la perdita di suo padre per lei?

È fin troppo facile rispondere a questa domanda. Con la morte di mio padre io ho smesso di essere una figlia; avevo appena compiuto trent’anni e lui era l’unico genitore che avevo, di mia madre non conservavo neppure il ricordo. Poi, inevitabilmente, hanno cominciato ad affiorare i rimpianti per le troppe cose non dette, per le troppe assenze… Il libro nasce, indubbiamente, anche dal tentativo di colmare questa assenze.

  • Lei parla all’interno del libro della “compassione” valore che suo padre aveva nei confronti degli altri uomini, ma non solo, della natura, degli animali e della storia. Che cosa avrebbe pensato suo padre dell’anno della Misericordia?

Le rispondo citando una delle frasi più belle di mio padre, contenuta in uno dei suoi libri che amo di più,  Dalla gola del leone: “Guardate gli occhi di un cane che muore, e vergognatevi della vostra presuntuosa teologia”. È quanto basta, credo, per immaginare una vicinanza sostanziale con la sensibilità di Papa Francesco. Come racconto nel mio libro, a mio padre nessun Papa è mai andato bene: avrebbe potuto Bergoglio essere l’eccezione? Forse, sì.

  • Una domanda forse un poco provocatoria. Che opinione avrebbe avuto suo padre delle ultime aperture della Chiesa avvenute con l’avvento di  Papa Francesco?

Sulle aperture dell’attuale Pontefice credo che mio padre avrebbe potuto trovarsi in parte d’accordo. Mi è tuttavia difficile dire fino a che punto: sono trascorsi vent’anni dalla sua morte, lo scenario è mutato più volte, anche all’interno della Chiesa. Nel 1996 il Papa regnante era il polacco Wojtyla, pontefice saldamente legato alle tradizioni e ad un certo tipo di cattolicesimo. Immaginare allora i cambiamenti che si sarebbero verificati, pensare ad un successore che avrebbe rassegnato – unico nella storia del Cattolicesimo moderno – le proprie dimissioni per essere infine seguito da un uomo come Papa Francesco, sarebbe stato impossibile. Ma la Chiesa riflette inevitabilmente, anche quando si limita a negarli, i cambiamenti del mondo, e di questo mio padre era ben consapevole, come del rischio di un eccessivo adeguamento a questi… Non voglio sottrarmi alla sua domanda, ma è cosa veramente ardua immaginare come si sarebbe espresso, su temi tanto complessi, un pensatore scomparso da così lungo tempo: è, questa, una triste constatazione, che sempre più spesso mi accompagna quando mi domando cosa penserebbe mio padre delle tante vicende che accadono e che mi piacerebbe poter ancora commentare con lui.

  • Un ultima domanda, per salutarci. Qual è la cosa che le manca di più di suo padre?

Il sorriso? La voce? La sua ironia? È impossibile dire cosa mi manchi di più.  Di certo conversare con lui era un’esperienza unica, non c’era argomento che non si potesse dibattere, e la sua capacità di ascolto era inesauribile… Questo mi manca davvero tanto; ma manca a molti, non solo a me. Io avrei solamente voluto più tempo, so di dire un’ovvietà ma non so dire altro: tempo per stare insieme, tempo da passare con mio figlio che non ha mai conosciuto… e potrei andare avanti, ma non servirebbe a nulla.

 

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